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Recitare per me significa stare all’interno di una caccia al tesoro infinita, o perlomeno che dura fino alla morte. Ma una caccia verso cosa?

Se pensiamo all’etimologia della parola recitare, si apre una porta verso un’altra dimensione. Dal latino re-, che significa intensivo o ripetitivo, e –citare, che sta per chiamare o evocare.

Il teatro nasce nell’Antica Grecia come arte sacra. Oggi, nel XXI secolo, ci troviamo incastrati in una situazione stagnante in cui l’aspirazione al sacro è stata annientata.

L’uomo contemporaneo è sempre più anestetizzato da una condizione di alienazione, che crea un distacco netto tra natura e uomo e tra uomo e uomo.

La salvezza, per me, risiede nella continua ricerca che la recitazione necessita di avere, in cui la separazione sopracitata non può esistere.

Quando studio testi di qualche secolo fa, come quelli Shakespeariani o, più recenti, quelli Cechoviani, mi sento in uno stato di presenza, di esistenza attiva.

Gli ultimi due incontri avvenuti in Accademia, con l’attore e regista Filippo Dini e con il critico teatrale e giornalista Marcantonio Lucidi, hanno avuto come tema centrale l’opera Il gabbiano di Cechov, affrontata alla fine del primo anno accademico con il docente Giampiero Rappa.

Senza Cechov non esiste la modernità teatrale. Senza Cechov, Beckett non può scrivere – in Aspettando Godot – : “Non succede nulla, non viene nessuno, nessuno se ne va”.

E’ un’opera rivoluzionaria, che ha stravolto il modo di concepire l’arte teatrale. Dini, nell’affrontare Cechov, ha voluto portare in scena lo sterminio delle nuove generazioni che soccombono a quelle vecchie.

Che mondo lasciano le generazioni passate a quelle nuove?

Ci sono sensi di responsabilità mancati, speranze che rimangono tali e non si concretizzano, un perenne senso di incomunicabilità che lentamente strangola il cuore dei personaggi.

Credo che ad ogni studente di recitazione, quando si approccia a un testo così denso di anime intrappolate in una condizione di stasi, si smuova qualcosa dentro.

Non si può rimanere indifferenti alle parole che quei personaggi pronunciano.

E, nonostante siano state scritte più di un secolo fa, le battute sono dannatamente contemporanee.

Un grande maestro come Cechov, non poteva che citarne un altro come Shakespeare, se pensiamo ai riferimenti amletici che troviamo ne Il gabbiano.

La figura simbolica del lago, che soffoca i personaggi e prosciuga le loro anime, è simbolo della noia e del decadimento esistenziale.La libertà a cui tanto aspira Nina diverrà la sua stessa condanna: quando andrà via dalla campagna, per intraprendere la carriera di attrice e la

relazione con Trigorin, il suo sogno verrà frantumato.

Ogni personaggio desidera qualcosa che non può avere, che a volte riesce a sfiorare, ma che poi si disintegra.

Ogni personaggio è condannato a una situazione di immobilità, sia chi aspira a una carriera artistica che a un amore impossibile.

Provo un amore sempre più profondo per Cechov, come una figlia può amare un padre. Ci sono scrittori che riescono ad essermi di conforto, anche se appartengono a epoche diverse dalla mia.

Nelle sue opere, Cechov, non si preoccupa di dare risposte ai grandi quesiti della vita, ma si “limita”, e in questo consiste la sua grandezza, a descrivere piccoli momenti quotidiani, che già di per sé stessi racchiudono l’immensità della vita.

Dini e Lucidi, quando parlavano di Cechov, bruciavano di un fuoco interiore che rimanda a qualcosa di sacro.

Filippo Dini, con il tormento nello sguardo, ha parlato di come ha concepito il testo, di come si è addentrato nello studio dei personaggi, dando vita a un Trigorin che forse nessuno si aspettava di veder rappresentato: buffo, con la balbuzie, portando una riscrittura del testo che sottolinea l’ossessione più profonda del personaggio, ovvero la scrittura.

Il Trigorin-Dini eccelle nella scrittura, ma fatica a esprimersi nel parlato.

La recitazione può aprire infiniti spazi creativi, in cui si può giocare a indossare un abito in modi che neanche immaginiamo, uno stesso abito che si accende di colori diversi a seconda di come parliamo e ci muoviamo in scena.

Marcantonio Lucidi è maestro dell’arte oratoria.

Le sue parole sono dotate di un forte magnetismo.

Ha presentato inizialmente la figura di Péter Szondi, storico ungherese delle letterature comparate, che ha scritto “Teorie del dramma moderno”, sottolineando la centralità di Cechov.

Dopo una parte teorica, di spiegazione, Lucidi ha passato la palla a noi allievi, facendoci parlare dello spettacolo di Filippo Dini, da lui recensito.

L’aspetto significativo è stato che, per tutto l’incontro, non abbiamo parlato dello spettacolo di Dini, ma della percezione che ciascuno di noi ha avuto dello spettacolo. Lucidi ci spinge ad argomentare, a spiegare con il cuore e la ragione ciò che raccontiamo, che sia cinema o teatro.

Un attore non è solo colui che dice le battute scritte da un autore, ma le rende proprie vestendole di anima e istinto.

Il minimo comune denominatore dei suoi incontri è il dubitare.L’attore deve porsi infinite domande, dubitare sempre, di tutto e di tutti.

Di questo si nutre la ricerca continua verso qualcosa che, per noi esseri umani, è intangibile.