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Il secondo anno di formazione mi fa sentire come se davanti a me ci fosse un immenso spazio all’interno del quale può avvenire qualsiasi cosa. Questa sensazione di vuoto non mi spaventa, è solo un vuoto apparente, che invita ad essere riempito con tutta la creatività che l’attore possiede. Il primo anno insegna le basi relative alla relazione scenica, all’utilizzo della voce e del corpo. Da qui si ha la possibilità di andare più a fondo: avendo la tecnica come struttura fondante, possiamo stare in scena e vedere cosa accade. Questo è l’anno in cui si lavora sul personaggio. E’ il momento di “mettersi da parte” e accogliere la vita di chi interpretiamo. L’essere umano è dotato di un corpo e di una voce. L’attore può trasformare questi due elementi in infinite possibilità, combinandoli tra loro. Penso che non ci sia cosa più affascinante e stimolante. Ma da dove si comincia?

Quando mi approccio a una scena comincio dal testo facendo un lavoro tecnico: capisco il senso della frase, faccio la memoria attraverso un lavoro di articolazione e dizione, e proseguo con la ripetizione delle frasi attraverso ritmi diversi. Questo metodo mi serve ad allenare la bocca e tutti i muscoli facciali per pronunciare correttamente ogni parola che compone il testo. Bisogna avere una memoria talmente perfetta da arrivare a “dimenticarsi” del testo. Ora viene la parte divertente, ci si trova davanti a quell’immenso spazio di cui parlavo prima.

Verso la fine dello scorso anno abbiamo lavorato a Il gabbiano di Cechov, sotto la direzione di Giampiero Rappa. Abbiamo fatto la lettura a tavolino dell’intero testo, analizzato le varie scene, le ambientazioni, le dinamiche tra i personaggi. Sono rimasta affascinata da un lavoro svolto da due miei compagni che hanno interpretato il dialogo tra Nina e Kostja, nella scena del IV atto. L’hanno fatta per la prima volta portando una loro ipotesi, senza una regia stabilita, con sole due indicazioni da parte del docente: Nina doveva muoversi come un uccello impazzito, Kostja non doveva mai staccare il suo sguardo da lei. Il testo ha preso vita, tutto era sentito, autentico e necessario. E’ stata una grande prova attoriale, e non è stato facile dopo salire sul palco data la temperatura che i miei compagni avevano lasciato.

 

Personalmente amo improvvisare, mi diverte, mi fa sentire presente a me stessa. Un esercizio che ha a che fare con l’improvvisazione è stato fatto l’ultima lezione del primo anno, sempre rispetto a Il gabbiano. Partivamo tutti sdraiati a terra e dovevamo sentire il nostro respiro ed il nostro corpo. Poi ci è stato chiesto di tramutare il nostro respiro personale nel respiro del personaggio e di alzarci e muoverci da personaggio. Senza l’utilizzo della parola, con una musica classica in sottofondo, seguivamo le direttive che ci dava Giampiero in una piccola messa in scena corporea del testo affrontato, terminando con alcune battute dette a voce da coloro che avevano raggiunto una determinata temperatura interna. Il tutto è durato più di un’ora e non avrei voluto sdraiarmi di nuovo e riprendere a respirare come Rebecca… avrei desiderato continuare a vestire i panni di Arkadina e abbandonarmi ancora a lei per un po’.

Quando interpreto un personaggio per me sono fondamentali i dettagli. Se ho pensato a un elemento, per esempio al rossetto, devo provare la scena con il rossetto, mi aiuta, mi fa sentire più lontana da me e più vicina a chi interpreto. Più aderisco nell’estetica al mio personaggio più mi addentro in esso. Se recito un monologo vestita in maniera neutra è diverso da quando lo recito “in costume”, sento il mio corpo che cambia, che prova ad aderire ad un’altra forma.

Un momento significativo del mio percorso fino ad oggi è stato a metà del primo anno. Interpretavo il monologo di Clarence, tratto dall’opera Riccardo III di Shakespeare dopo che si risveglia dall’incubo premonitore, con la docente Alessandra Schiavoni. Era una prima fase di studio. Inizio la scena ed entro nel pallone… Non ricordavo le battute, avevo dormito poco e male quella notte, per situazioni mie personali, e ho iniziato a piangere. Non volevo scendere dal palco, volevo continuare, addentrarmi in quello stato e vedere dove mi avrebbe portato. La docente mi ha diretta benissimo, ha capito la situazione e mi ha invitata a partire dallo stato in cui mi trovavo. Una mia compagna mi ha fatto da suggeritrice e frase dopo frase ripetevo il testo, aggrappandomi ad ogni parola come se uscisse per la prima volta da me. Ero in balia delle mie emozioni e del mio “non sapere” dove andare, ma sentivo che il tutto assumeva un senso. E’ stata una sensazione unica. Ciò che voglio imparare a fare è riuscire a ripetere quella situazione attraverso la tecnica e l’esercizio costante. Sento di essere un’attrice eclettica che ha bisogno di sperimentare in continuazione e di scoprirsi attraverso la relazione con l’altro. Non si è mai soli in scena, anche quando si fa un monologo c’è un pubblico con una determinata energia che ascolta, che respira.

Vediamo insieme alcuni pensieri degli allievi e delle allieve del II anno rispetto a Il lavoro sul personaggio : arrivare alla quadra di un personaggio non è affatto semplice. Mi dà l’idea di essere come un puzzle: tanti pezzi piccoli a volte indistinguibili, che all’inizio non riesci a capire dove mettere. Poi completi un blocco, poi un altro, ne giri uno in un certo modo, provi a incastrarne due e vedi che non c’è modo di farli andare insieme e così via. Sperimenti, provi e riprovi finché non inizia ad avere un po’ più di senso, finché non hai davanti la figura finita. Sara aggiunge che è fondamentale sapere l’obiettivo del personaggio, se si perde l’obiettivo la scena si annulla. L’obiettivo devo tenerlo a mente dall’inizio alla fine. Promemoria: non devo giudicare il mio personaggio.

Marisol dichiara: mi piace molto dare interpretazioni personali: cerco di mettermi nei panni del personaggio e penso: “Se fosse capitato a me, come avrei reagito? Che cosa avrei fatto al suo posto?”. Lorenzo afferma: bisogna cercare di capire il personaggio, mettendo in conto che lui è diverso da me. Studiare un personaggio vuol dire entrare in relazione con lui ancor prima di relazionarsi con gli altri in scena. Giorgia crede che la sfida più grande sia cogliere le sfumature, proprio perché i personaggi sono tridimensionali e hanno varie sfaccettature: è importante non trascurarle o giudicarle, ma accoglierle.

Alessandro riporta che con la docente Giorgia Trasselli stanno lavorando all’Antologia di Spoon River scegliendo un personaggio e abbinando un animale con caratteristiche simili al suo carattere. Luca G. per lo stesso lavoro sul reverendo Wiley ha fatto ricerche sulla sua figura e note biografiche. Giulia sottolinea l’importanza di osservare la gente, come si muove o parla. Azzurra ricorda il lavoro con Jacopo Bicocchi nel rappresentare ciò che trasmetteva un quadro, lavorando sulla ricerca della fisicità. Luca S. definisce il personaggio come una persona reale con caratteristiche fisiche, pregi, difetti e un obiettivo. Vincenzo nota che maggiore è la confidenza con il corpo, più facilmente si esplorano le zone emotive. Pier ha affrontato gli esercizi pensando alla voce, alla camminata, al vestiario e a piccoli vizi.

Nicole, lavorando su Emma in Tradimenti di Pinter con Giampiero Rappa, ha scritto tutta la storia e le caratteristiche della protagonista sul suo quaderno. Davide suggerisce di partire da un gesto, un’abitudine o un hobby per capire come il personaggio approcci la vita quotidiana. Infine, Aria conclude che il lavoro sul personaggio non è mai fisso né ripetibile allo stesso modo, ma è un processo vivo che richiede ascolto, immaginazione e onestà.