In occasione della prova aperta degli allievi del II anno, con la direzione di Giorgia Trasselli, il teatro di Villa Lazzaroni, dall’ultima fila della platea fino al fondo del palcoscenico, si è trasformato in un luogo in cui tempo e spazio si sono annullati, dando vita a una danza in bilico tra la vita e la morte.
E’ andata in scena l’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, una raccolta di versi pubblicati tra il 1914 e il 1915 negli Stati Uniti. Ogni poesia, scritta in forma di epitaffio, racconta in prima persona la vita dei defunti che sono sepolti nel cimitero dell’immaginario paesino di Spoon River. I personaggi fanno un bilancio della propria vita. Subito si nota come siano accomunati dagli eterni dilemmi dell’esistenza, dalla disperazione per amori perduti.
Un’umanità che soffre perché condizionata da una società di provincia bigotta che segue regole ferree e in cui non c’è spazio neanche per sognare una possibile libertà.
Al provino per entrare in accademia ho portato una poesia tratta proprio da questo libro, la poesia dedicata a George Gray. Sono rimasta immediatamente colpita dai suoi versi che contengono il tema centrale dell’uomo: trovare un senso alla propria vita.
Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme.
In queste parole, la cui traduzione è di Fernanda Pivano, sentiamo la voce di chi disperatamente vuole vivere, ma ne prende consapevolezza solo quando si trova nell’aldilà. Il marinaio George Gray Invita fortemente a vivere la vita, nei suoi piaceri e nelle sue sofferenze, a non lasciarsi intrappolare dalla paura. Ho sentito che era la poesia che rispecchiava il momento della vita che stavo vivendo e che poteva essere finalmente l’occasione di alzare le vele e prendere i venti del destino dovunque spingano la barca.
Mi ha fatto effetto perciò sapere, a distanza di un anno e mezzo, che avremmo portato in scena quest’opera.
Giorgia ci ha guidati nella scelta del personaggio che abbiamo interpretato. All’inizio siamo partiti da un lavoro individuale durante il quale ognuno di noi ha studiato la propria poesia facendo un’analisi del testo.
Siamo poi passati a uno studio fisico e gestuale sul palco. Ci è stato lasciato molto spazio per coordinarci e pensare anche noi a una possibile regia partendo da un’idea della docente.
Per la prima volta abbiamo avuto anche l’occasione di confrontarci con la costumista Eleonora Bruno, attiva in campo teatrale, cinematografico e televisivo.
Sono stati incontri particolarmente stimolanti in cui ognuno ha immaginato come vestire l’anima del personaggio che avrebbe interpretato. Eleonora è stata di grande impatto per noi. Attraverso i suoi racconti professionali e i suoi disegni ci ha trasportati in vari mondi fatti di colori, tessuti, accessori all’interno di un immaginario atelier che ha preso vita nella nostra aula.
Ci ha dato il compito di disegnare il costume del personaggio di un nostro compagno. E’ stato un modo per rendere concreto il modo in cui noi vediamo gli altri e il modo in cui gli altri ci vedono.
L’obiettivo era anche quello del lavoro di squadra, come in scena anche fuori dal palco si sta insieme, solo così si è più forti e si lavora meglio.
Non solo l’attore si immedesima nel personaggio a cui dà vita, ma lo stesso lo fa il costumista. Il costume di scena è quindi partorito da più menti che collaborano e si confrontano e dal manichino ci si sposta all’attore che gli dà corpo, voce e fa uscire la sua anima.
Il costume fa mutare il modo in cui cammini, come usi la voce, ti dà una postura diversa. Porta ad aderire alla storia che si racconta. E’ stato messo in scena anche il risveglio, sotto forma di ballo, dei defunti di SpoonRiver prima che ritornino al loro sonno perpetuo.
Ringraziamo il docente Daniele Pilli
“…parlano di indecisione.
Ma Amleto
non è indeciso.
E’ disobbediente.
Gli chiedono vendetta
Lui chiede senso.
Gli chiedono velocità.
Lui introduce
il dubbio.
E il dubbio
inceppa la macchina.
Perché il mondo
ama le macchine veloci.
Risposte veloci.
Nemici veloci.
Guerre veloci.
Amleto no.
Amleto
si ferma.
Guarda il mondo.
E chiede:
che cosa significa
essere.”
Con queste parole l’attrice e insegnante Giorgia Trasselli ci ha dato il suo in bocca al lupo per il nostro percorso artistico. E noi la ringraziamo per averci accompagnato in questo viaggio!
– R II anno
























