“Questo Arlecchino inizia al lume delle candele e finisce con le candele che si spengono, una per una. Non per il frutto di un’idea bizzarra di ‘regia’, ma per un fatto di vita, che appartiene alla realtà del lavoro quotidiano.
Una sera, infatti, per caso, durante quella che noi chiamiamo “l’edizione dell’Odéon” di Parigi, proprio in quel teatro, nel corso dell’ultimo atto si verificò un’interruzione di corrente. Il teatro rimase sprofondato nel buio.
Buia la platea, buia la scena. Gli attori restarono perplessi ed anche impauriti, poi uno di loro ebbe l’idea di accendere una candela di un candelabro in scena. E, rapidamente, come se fosse concertato, essi
cominciarono ad accenderne altre. Alcuni si spinsero nelle quinte, fin nei camerini, per cercare luce e tornarono e recitarono quello che doveva essere, quello che doveva essere recitato e portato a compimento davanti
al pubblico, per il pubblico. Essi lo fecero, illuminandosi reciprocamente, in un gioco improvvisato e quasi disperato che ci commosse tutti.”
Giorgio Strehler
L’incontro con Marcantonio Lucidi si è incentrato su Arlecchino servitore di due padroni edizione dell’addio di Giorgio Strehler.
Partendo dalle riflessioni degli allievi, ciò che salta immediatamente all’occhio è il modo in cui gli attori si muovono in scena.
Si tratta di una recitazione costruita sul movimento degli animali da cortile galline, galli, conigli, anatre…
Vi è un’antropizzazione dell’animale: l’animale che si fa uomo. Tutto parte dal corpo. Un corpo molle avrà una voce molle.
Vedere spettacoli del genere stimola noi allievi a prendere sempre più coscienza e consapevolezza di quanto il corpo sia il nostro strumento e di quanto sia importante allenarlo e preservarlo.
In questo spettacolo si assiste a vere e proprie acrobazie, c’è un feroce addestramento all’acrobatica.
Il corpo è la benzina della voce, la scalda, la fa partire e la nutre. Il sipario si alza e mostra in penombra tutti i personaggi in scena.
Vediamo le candele in proscenio che vengono accese una alla volta.
Arlecchino si muove con destrezza tra i personaggi e al suo battere di mani tutti i personaggi corrono a indossare maschere e cappelli.
Si voltano verso il pubblico, si inchinano.
Viene chiamata la musica e prendono vita come un corpo unico che si presenta al pubblico con giravolte, fazzoletti svolazzanti e risate.La scenografia è spoglia, essenziale: candelabri, qualche baule, un paio di tavoli.. Tutto si colora e si rende visibile tramite la recitazione degli attori, il modo in cui si muovono sul palco che porta l’occhio dello spettatore a viaggiare con l’immaginazione.
Arlecchino servitore di due padroni è una teatralità italiana, un’identità molto forte riconosciuta nel mondo.
E’ ancora oggi uno spettacolo artigianale. E’ lo spettacolo che, secondo molti attori, più racconta il teatro. E’ immortale. E’ l’essenza stessa del teatro. I ritmi sono infuocati.
Il leggendario interprete del personaggio di Arlecchino è l’attore
Ferruccio Soleri, che ha compiuto anche in età matura le acrobazie che il gioco del suo personaggio richiede.
Tutto questo grazie a una disciplina ferrea. La trama è complessa, piena di intrecci amorosi, travestimenti e viene fuori dalle azioni che compiono i personaggi.
In ogni scena succede qualcosa. Il complesso ruota però intorno a qualcosa di molto semplice e primordiale: Arlecchino, povero e affamato, per mangiare si mette a servire due padroni contemporaneamente finendo in un mare di guai esilaranti per il pubblico spettatore.
Come dice lo stesso Ferruccio, il suo personaggio è particolare, ingenuo, ama la vita e cerca sempre di risolvere tutto attraverso la furbizia che però frutta solo nel momento del bisogno. E’ chiaro, semplice, primitivo.
E questo è proprio il suo fascino. Il suo unico obiettivo è mangiare. In accademia, al primo anno, abbiamo avuto modo di studiare con Enrico Bonavera, allievo “di bottega” di Soleri.
Con lui abbiamo lavorato molto sulla tenuta fisica in scena, respiro, movimento degli animali, coordinazione tra pensiero e corpo.
Su Arlecchino dice:” E’ un personaggio antico. Vive in un eterno presente. Non si pone il dramma dei problemi per il futuro e per questo riesce a sopravvivere grazie a una grande forza vitale.”
Alla fine Arlecchino riesce a scamparla, a superare tutte le difficoltà. Rappresenta la speranza.
Per un attore interpretare personaggi come Arlecchino non è semplice, perché indossa una maschera e la maschera copre il viso.
Dalle espressioni della faccia si capiscono i sentimenti, gli stati d’animo.Arlecchino è nascosto, ma non può perdere i sentimenti.
Deve perciò farli vedere attraverso la mimica, la gestualità, il tono della voce. Tutto deve essere più accentuato per capire quale è il suo stato
d’animo mentre parla.
Fedele al testo di Goldoni, la regia di Strehler introduce però quello che è il tratto saliente dello spettacolo: il continuo gioco tra attori in scena e attori fuori scena. Quando scendono dalla pedana e si levano la maschera o escono dal ruolo gli attori continuano a commentare a voce alta ciò che accade sul palco, a interagire con gli altri ancora impegnati a portare avanti la vicenda, generando una serie infinita di lazzi irresistibili.
Tutto ciò che accade sul palco di questo spettacolo è anti-naturalistico, è una metafora del reale. Arlecchino è una sorta di demone, un essere dell’aldilà, al di sotto, perennemente in lotta per la sopravvivenza.
E’ un individuo della notte, del buio. Arlecchino servitore di due padroni è andato in scena per la prima volta al
Piccolo Teatro di Milano, fondato nel 1947 da Giorgio Strehler e da Paolo Grassi. E’ un teatro che nasce come servizio pubblico offerto alla popolazione, per portarla a una elevazione, per acculturarla. Goldoni e Strehler sono connessi.
Dalla riforma goldoniana del 1742-’45 si arriverà, due secoli dopo, alla riforma strehleriana.
Con Goldoni si passa dal canovaccio al copione, dalla maschera al carattere. Il teatro diventa uno spazio educativo e uno specchio della società borghese.
Con Strehler si ridefinisce il ruolo del regista e si dà vita a un “teatro d’arte per tutti”, moderno ed europeo.
C’è sempre un pensiero politico che condiziona l’arte che si fa



















