Un po’ di mesi fa in metropolitana la mia attenzione è stata catturata da una frase scritta sulla borsa di una ragazza:” I bambini prima imparano a ballare e poi a camminare, prima imparano a cantare e poi a parlare.”
Queste parole continuano a risuonare dentro di me e sono di ispirazione per il mio percorso artistico.
Come ci viene ripetuto costantemente a lezione, non esiste una voce presente se il nostro corpo non è attivo.
In questi due anni di formazione una delle figure principali per lo studio della voce è stata Silvia Biferale, terapeuta e pedagoga del respiro.
Per me è stata una vera e propria ricerca continua.
All’inizio mi sono sentita spaesata…
Siamo esseri umani e perciò dotati di un corpo e di una voce che usiamo costantemente per vivere, per relazionarci con l’altro e a volte neanche facciamo caso a come li usiamo.
Il mestiere dell’attore ti porta per necessità a conoscere profondamente questi due elementi che viaggiano insieme.
Se non so come muovermi, come può nascere una voce presente?
Tutto parte dal respiro.
Sono seduta su una sedia, chiudo gli occhi e mi metto in ascolto di me stessa.
Come sta il mio corpo? Com’è il mio respiro?
L’obiettivo non è cercare un respiro giusto, o uno finalizzato a una prestazione.
Cerchiamo un respiro per conoscerci, per creare una connessione tra le nostre istanze interiori e la nostra espressività artistica.
E’ importante fare spazio dentro di noi per far sì che il corpo sia una cassa di risonanza, per creare appoggi e sostegni non attraverso una volontà correttiva, ma attraverso un’esperienza sensoriale, quindi un sentire che promuove un processo di cambiamento. Sto sempre in relazione con il mio mondo interiore e con ciò che mi circonda. Non sono mai da solo.
Si lavora sempre con il corpo che è in ascolto, che agisce.
Da qui si ha una voce che esiste anche quando non è udibile in quanto voce interiore, in quanto presenza scenica.
Si lavora con tutto il corpo per esplorare tutte le nostre voci, i nostri risuonatori.
La voce può risuonare nel petto, nella schiena, nella testa…
Assume colori diversi perché mette in gioco varie parti del corpo, come gli strumenti musicali che possono avere una cassa di risonanza grande, piccola.
Abbiamo vissuto queste lezioni come un appuntamento con noi stessi, in cui abbiamo cercato non di performare, di fare qualcosa bene, ma “semplicemente” di lasciare andare all’esplorazione e vedere cosa si potesse trovare.
Non c’è giusto o sbagliato. C’è una scoperta continua.
Prima della parola, di un significato semantico, la voce è un suono in grado di esprimere.
Non si considera la voce solo nel momento in cui è udibile. C’è un prima che vive nel corpo e che resta come vibrazione, come incontro con l’altro. Quello che la mia voce ha portato risuonerà nell’altro e non finisce quando il suono non esiste più. C’è ancora un’eco molto forte.
Il metodo che ci è stato insegnato si chiama “Atem Tonus Ton”, che significa “Respiro – Tono – Suono”. Nasce dalla ricerca di Maria Höller-Zangenfeind, cantante e artista tedesca della seconda metà del ‘900, allieva di Ilse Middendorf, considerata la più grande ricercatrice sul respiro in occidente.
Ha indagato su quello che lei definisce il respiro autentico, non volontario.
Un respiro che coinvolge tutto il corpo.
Con Silvia Biferale abbiamo perciò scoperto come tutto il corpo si fa voce.
Abbiamo lavorato sul far nascere la voce dai piedi, dalle mani, dalle varie parti del corpo, quindi attraverso il lavoro di determinate catene muscolari.
Tutto il lavoro svolto ha arricchito la nostra attitudine all’ascolto.
Ad ogni lezione arrivavo con uno stato interiore emotivo che nel corso delle ore di lavoro mutava, si trasformava in positivo.
Abbiamo imparato a sentire le tensioni e a respirarci dentro, a smuovere parti del corpo rigide e a far uscire un suono.
Per me è stato forse uno dei lavori più difficili, riuscire a stare lì, in quel preciso momento, solo ad ascoltare, senza prefissare nulla e a lasciare andare.
Era sorprendente ascoltare voci che nel quotidiano non escono fuori.
Sentire per la prima volta come la propria voce possa essere infinita, illimitata nelle varie sfumature che può avere.
Il percorso non è finito, sta ad ognuno di noi continuare a conoscersi attraverso il proprio corpo e la propria voce , e scoprire come la combinazione dei due possa portare a sentire parti di noi che erano rimaste silenti.
L’esercizio dell’improvvisazione mi ha permesso di connettermi con la parte emotiva.
Lasciare la propria voce espandersi nello spazio facendo uscire suoni, versi, combinazioni di vocali e consonanti senza un senso semantico, con volumi e toni diversificati.
Sono esercizi utili anche per allenare il corpo alla risata, al pianto.
Il lavoro svolto partendo dagli haiku per me è stato fondamentale per lo studio di un copione.
Dopo aver imparato un haiku (forma di poesia giapponese brevissima) lo abbiamo restituito scomponendolo e improvvisando il modo di dire le parti scomposte.
Tornando a dire l’haiku normalmente la voce risuonava diversamente.
Questo mi ha fatto capire concretamente come una battuta di un qualsiasi testo possa effettivamente essere detta in infiniti modi, stando sempre in ascolto di me e del mio compagno in scena. Penso alla biomeccanica per quanto riguarda il corpo, quindi scomporre un movimento nelle sue varie parti. La stessa cosa si può fare con la parola.
Il lunedì mattina la settimana in accademia iniziava proprio con questa lezione di voce e respiro, in cui ci siamo serviti del gioco come strumento utile per indagare l’immaginario.
R. II anno
“Di chi è la mia voce?”
Nel film “La grazia” di Paolo Sorrentino si pone una questione estrema: “di chi sono i nostri giorni?”. Non si chiede soltanto chi abbia il diritto di decidere la fine (il contesto riguarda il dibattito sull’eutanasia), ma chi stia decidendo il modo in cui la vita viene abitata. La domanda non è se possiamo controllare tutto, ma se ci sentiamo soggetti o spettatori del nostro vivere.
E allora: di chi è la mia voce?
Un attore professionista non può prescindere dalla conoscenza della propria voce.
E, ahimè, questo implica un processo di ricerca rigoroso, ampio e costante, che parte dal respiro fino alla corretta emissione vocale. La scuola di recitazione Fondamenta pone la vocalità come un aspetto fondamentale sul quale lavorare sin dal primo giorno, con un unico obiettivo: sensibilizzare l’ascolto di noi stessi.
Durante il primo anno, una volta a settimana, vengono dedicate due ore esclusivamente alla respirazione: “è importante che voi impariate a capire e descrivere come sta il vostro respiro”, sono le parole della docente Silvia Biferale.
È molto interessante notare che la voce parta già dall’inspirazione. Durante l’anno si lavora molto su una respirazione coordinata ai movimenti del corpo e sull’utilizzo di quest’ultimo per sostenere e tonificare la voce, che può esprimersi solo se supportata da una base stabile di appoggio. Ciò aiuta a sviluppare una voce tonica e presente e permette, inoltre, di scoprire abilità vocali sconosciute.
Tuttavia, gli attori comunicano con il pubblico, per cui non basta avere una buona emissione. Un attore deve saper parlare correttamente, rispettando la dizione e articolando in modo appropriato. Prosodia: l’abilità, attraverso un testo, di arrivare alla sospensione dell’incredulità, con una voce che ha colore, ritmo, volume, prossemica e intenzioni. Il percorso di dizione seguito con la docente Daria Esposito ha avuto proprio questo obiettivo. Una lettura o qualsiasi esibizione deve arrivare al pubblico e provocare una reazione. Conoscere la propria voce è un’arma a proprio favore.
Occuparsi della propria esigenza di farsi ascoltare: un attore si esibisce sempre secondo una relazione triangolare, composta da sé stesso, il proprio vettore scenico e il pubblico. Bisogna avere il piacere di esibire una voce che ha un corpo e che, attraverso di esso, non ha paura di emozionarsi, ma riesce, libera, a esprimersi, a commuovere, a coinvolgere. È parte di noi ed è ciò che ci rende unici. E l’unicità dipende dalla voglia di mostrarla.
E allora, di chi è la mia voce? Sono soggetto o spettatore di essa?
Sarà forse solo una mia impressione, dettata dall’esaltazione di questo periodo di
formazione, ma sento che ora, quando parlo, catturo maggiormente l’attenzione, mistanco meno e ho molta più sicurezza in me. So che il percorso di ricerca è ancora lungo, che sono solo all’inizio e che probabilmente una fine non esiste, ma percepisco già un maggiore benessere.
È la mia voce, è parte di me. Voglio conoscerla e usarla. E mi emozionerà. E vi emozionerà, ve lo garantisco.
Giuseppe I anno
La voce, insieme al corpo, sono i primi rivelatori delle nostre emozioni. È importante, quindi, per un attore conoscere bene la propria voce e capire come metterla a servizio della propria creatività. In tre anni di accademia abbiamo avuto la possibilità di sperimentare e ascoltare il nostro respiro e la nostra voce con diversi docenti, ognuno diverso e ognuno prezioso a modo proprio. Con Silvia Biferale abbiamo scoperto come ascoltarci, come capire come stiamo solo dal nostro respiro, e ad entrare in contatto con i nostri strumenti attoriali in modo semplice prima di iniziare a lavorare. Quando è arrivata la dott.ssa Spinelli finalmente abbiamo capito cosa, nel pratico, agisce nel nostro corpo quando emettiamo dei suoni o delle parole, ciò che è sano per un attore e le sue corde vocali e tutta una buona dose di teoria che non può mancare nel nostro bagaglio. Ascoltarsi da soli, però, non è sufficiente; durante il terzo anno abbiamo compreso l’importanza di ascoltare i compagni di scena anche vocalmente parlando, per riuscire ad accordarsi insieme come una grande orchestra.
Ed ecco che, a tal proposito, è venuta in nostro soccorso la docente Camilla Di Lorenzo con cui ci siamo appassionati al canto corale e che ci ha ricordato quanto sia fondamentale stare sull’altro e non su noi stessi per la buona riuscita di un’armonia (e di una buona scena!). L’ultima tappa del nostro viaggio vocale, ma non per importanza, è stata la docente Giorgia Bruno, rivelatrice del famoso “appoggio” di cui tutti i docenti ci hanno sempre parlato. Con lei abbiamo approfondito varie tecniche vocali, sia per il canto che per la voce parlata, e siamo riusciti a metterci alla prova al punto da scoprire delle nuove voci e tutto un nuovo modo di approcciarsi al canto e all’emissione vocale. Un grazie va a delle professioniste che ci hanno fornito insegnamenti e consigli inestimabili da portare sempre con noi nel nostro percorso, e grazie, come sempre, Fondamenta.
Elena G. III anno




