Durante la quarta settimana della residenza artistica abbiamo conosciuto meglio il nostro regista, Andrea Collavino. Vediamo insieme qual è il suo percorso artistico e come è arrivato nella nostra Accademia.
Come sei arrivato qui a Fondamenta?
Conosco Giampiero Rappa da diversi anni. Non abbiamo mai lavorato assieme, però ci conosciamo per aver visto lavori reciproci. C’è sempre stata molta stima.
Quando mi ha chiamato mi ha fatto molto piacere perché sapevo che era il coordinatore didattico di questa scuola e avevo capito che ci teneva molto a farla diventare una scuola che avesse una sua identità, una sua peculiarità.
Quindi mi è piaciuto che ci fosse un progetto, e di farne parte.
Mi ha proposto di preparare uno dei saggi del terzo anno, il vostro. È la prima volta che si fanno tre saggi durante l’anno. Mi è sembrata una bella idea soprattutto perché fa sì che si entri in un’ottica lavorativa ancora prima di terminare il percorso di studi, con una contaminazione fra lo studio e il lavoro.
È come se fosse un tirocinio, per venire a contatto con diverseforme di lavoro, con dei registi o delle registe che hanno modi di lavorare differenti. Tutto questo arricchisce molto, perché ognuno può trovare una propria affinità oppure una disaffinità con un modo, che non definirei metodo, ma proprio un modo di lavorare, una visione. E quindi eccomi qua.
A proposito del modo di lavorare, come ha reagito la compagnia al tuo modo di lavorare?
Bisognerebbe chiederlo ai componenti, perché io non lo so.
Quello che posso dire è che a volte mi guardavano come se fossi pazzo. Specialmente quando sei a scuola – succedeva anche a me da allievo – pensi che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose. Sono dei dogmi. Poi arriva qualcuno che te li smonta e ti dice di entrare in scena e buttarti per terra. Certamente ti chiedi perché, ma lo fai pensando che un motivo ci sarà, e inizi a fidarti, ad affidarti. Sicuramente all’inizio c’era una sorta di titubanza, di reticenza, che col passare dei giorni è venuta meno. Quello che ora vedo è che c’è anche un desiderio di fare delle cose matte, che vadano oltre la logica od oltre una logica. Perché la logica può essere completamente diversa a seconda di chi parla, cioè non è detto che la mia logica sia la tua. C’è una logica che viene dal mondo onirico, per esempio. Nei sogni le cose succedono e hanno una loro coerenza dentro al sogno, però quando racconti un sogno, ti chiedi: ”Cosa vuol dire?”… Non so cosa vuol dire, però qualcosa vorrà dire, perché il sogno ha una sua logica, che è la logica del sogno. Vedo che ogni giorno c’è più adesione, un’adesione sempre più consapevole. Anche il genere di proposte che vengono fatte da voi cominciano ad essere non casuali, cioè hanno una loro eccentricità, ma hanno anche una loro logica interna, appunto quella logica di cui si parlava prima. Quindi mi sembra che ci sia un’accoglienza.
Quando hai capito di voler fare l’attore?
È un po’ vera quella cosa che si dice che tutti da piccoli vogliono fare qualcosa di tipo estroso. Per molti miei colleghi è stato un ripiego perché volevano fare i calciatori e poi hanno detto, vabbè, facciamo gli attori.
Infatti l’Enpals, che era l’ente di previdenza dello sport e dello spettacolo, comprendeva calciatori e attori… ci sarà un motivo. Poi siamo tutti entrati nell’INPS e questa cosa non c’è più. Comunque… è stato quando dovevo scegliere di andare all’università. Mi sono iscritto a Conservazione dei beni culturali e lì mi sono detto: “Cosa mi sembra di saper fare?”. Teatro.
Quanti anni avevi?
Avevo 18 anni. L’ho deciso un po’ prima del diploma. Mi sono cominciato ad informare sulle scuole e mi sono detto che lo avrei fatto se mi avessero preso in una di quelle famose – allora c’erano Paolo Grassi, il Piccolo, Genova e l’Accademia a Roma.
Le altre erano tutte scuole semiprivate o minori, erano più dei laboratori, perché non avevano la possibilità di fare un percorso di 6, 7, 8 ore al giorno. Invece, essere ammessi inqueste scuole grosse era come dire: voglio farlo professionalmente. Venendo da un paese del Friuli di ottomila abitanti, di Teatro contemporaneo non è che ne avessi visto granché. Però mi sono detto che se mi avessero preso in una di queste scuole, allora, l’attore l’avrei potuto fare.
Così ho provato e sono andato a Milano a fare il provino per la Paolo Grassi.
Se non mi avessero preso al primo colpo secondo me non avrei ritentato.
Era proprio come un dentro-fuori.
Hai lavorato con molti registi e maestri importanti della seconda metà del Novecento.
Qual è stata l’esperienza che ti ha segnato di più?
Sono state importanti e anche molto differenti tra loro. Adesso non voglio fare nomi per non discriminarne altri, però sicuramente Gabriele Vacis è stato un incontro, poi François Kahn, anche questo molto importante.
Ma appunto mi dispiace fare queste differenze.
Una cosa che è successa subito dopo la scuola è stata che ho fatto un provino per uno spettacolo con Klaus Michael Gruber, che io non sapevo neanche chi fosse.
Klaus Michael Gruber era uno dei più grandi registi teatrali a livello mondiale. Quando incontri qualcuno che puoi definire un poeta, che ha proprio un modo suo di vedere le cose, che senti che non scende a compromessi, ti cambia molto, opera in te una rivoluzione. Ecco, questo incontro mi ha cambiato tantissimo. Con lui ho capito il tempo, cioè il silenzio, sulla scena, lo spaesamento, l’essere fragili, l’essere stupidi. La cosa molto bella è che sentivi sempre, come attore, di essere amato. Se facevi qualcosa di buono lui poi arrivava e ti abbracciava. Era bellissimo, bellissimo! E tu non sapevi neanche cosa avevi fatto.
Era un po’ come avere la sensazione di essere dentro la sua testa e corrispondere a un suo desiderio senza sapere esattamente come, ma avevi la sensazione di essere dentro quel cervello lì, che facevi la cosa giusta, e quindi andava benissimo. Per esempio lo spettacolo “Splendid’s” di Jean Genet, era uno spettacolo tutto di maschi, eravamo tutti uomini.
C’è una banda di rapinatori che fa una rapina in banca e prende un ostaggio che è una donna. Si chiudono dentro la hall di un albergo e, mentre la polizia li sta assediando, tra di loro succedono varie cose. C’è tutta una serie di rapporti omosessuali che sono latenti, non sono espliciti, ma ci sono. Ma soprattutto sono dei poveracci che vivono questo ultimo momento di gloria – diciamo – prima di essere tutti uccisi. Per sbaglio uccidono l’ostaggio. Così travestono uno di loro da donna e lo espongono alla finestra per far vedere che è ancora viva, ma chiaramente i poliziotti non ci credono. Finisce in tragedia.
Eravamo vestiti elegantissimi, tutti col frac, truccati. Era veramente tutto molto, molto bello. Questo è stato un incontro che sicuramente mi ha cambiato la vita.
Poi sai, c’è stato l’incontro con Vasil’ev, un altro genio teatrale, tutta un’altra cosa, ma è l’inontro che mi ha spinto a fare anche il regista. Poi Nekrosius…
Ecco, qualche mese fa ho dato un esame di letteratura russa su Cechov all’università.
Il professore ci ha dato vari spettacoli da vedere, tra cui Il Gabbiano a cui hai lavorato come assistente alle regia di Nekrosius…
Sì, lui era veramente visionario, con tutto un altro tipo di approccio, ma altrettanto geniale. Lui lavorava molto con le cose, con gli oggetti, che sono sì anche simbolici,
ma prima di tutto sono oggetti che stanno in scena come se fossero degli attori.
E poi venivano proprio usati, cioè anche i secchielli con l’acqua, era tutto molto vivo…
Esattamente. Viene tutto da come lui leggeva le didascalie. Le leggeva come se fossero il punto di partenza per la messa in scena. C’era quella idea della linea del lago.
Come faccio la linea del lago? Cos’è quella linea del lago? C’era l’immagine dei laghi che lui conosceva, i laghi del nordEuropa nella pianura, che si distinguono dal resto del paesaggio quando ci batte sopra il sole e ne riflettono la luce.
Lui ha ricreato la stessa cosa con i secchi di zinco, che quando ci sbatteva sopra la luce
– avevano dei proiettori dedicati – si aveva una sorta di specchio riflettente sulla scena.
Quando li muovevano erano dei secchi, ma erano anche il lago, ed erano tante cose.
Da bambino hai vissuto il terremoto. Pensi che questo avvenimento abbia influito sul tuo modo di fare teatro?
Sicuramente. Non ti saprei dire in che forma, ma sicuramente sì.
Perché, secondo me, quello è un evento traumatico che ti fa cambiare prospettiva. Avevo 7 anni.
C’è uno spettacolo che ho scritto e messo in scena con Marcela Serli – che rifaremo a Roma nel 2027 e si intitola “La vita resistente” – in cui a un certo punto racconto proprio la notte del terremoto.
Ho ben chiaro quando siamo usciti di casa. Tremava tutto tantissimo. C’era mio padre che ha preso mia sorella e me, uno a destra e uno a sinistra, ci ha portati giù correndo dalle scale e ci siamo ritrovati fuori nel cortile. Lì ho pensato che quella fosse la fine del mondo. Immagina un bambino di 7 anni che pensa che stiamo per scomparire tutti, che il mondo crolla e che non ci saremo più. E’ la fine dell’umanità, capito? La fine. E’ stato un pensiero che è durato pochi secondi, perché poi tutti hanno cominciato a dire la parola terremoto, in friulano. E allora lì ho pensato che se c’era una parola per dirlo, non era la fine del mondo, perché era già successo. Avere la sensazione che tutto finisce e poi invece non è finito. Credo che questa cosa abbia influito nel mio lavoro.
Hai un ricordo vivido?
Sì, tanto è vero che se sento una scossa per me è panico. Sei terremotato a vita. È proprio una condizione, come quelli che hanno vissuto la guerra. Come l’alluvione… ti vedi entrare l’acqua in casa e non sai più dove andare a nasconderti. Però la terra che trema è proprio una roba di una potenza…
In un altro spettacolo che ho scritto, sempre sul terremoto, faccio un parallelo con la guerra di Troia. Leggendo l’Iliade, ti rendi conto che in certi momenti si parla del terremoto, non della guerra. Infatti gli archeologi hanno scoperto che ci sono nove città, una sopra l’altra proprio perché ci sono stati degli eventi sismici. Quella è una zona altamente sismica. In realtà Troia non è stata distrutta dagli Achei, è stata distrutta molte più volte da eventi catastrofici. E gli eventi catastrofici, siccome non erano spiegabili allora, li si attribuiva al volere di una divinità, tipo Poseidone che faceva scuotere la terra. È affascinante.
Ma quello che mi interessava era la paura. La paura rimane una cosa totalmente umana e animale, ancestrale e terrena. Non c’è una spiegazione che ti liberi dalla paura.
Hai paura e basta.
Per questa messa in scena ti sei ispirato a qualche regista o opera in particolare?
Mi sono un po’ ispirato a delle cose che avevo fatto tanti anni fa, cercando di ritrovare lo stesso approccio, lo stesso spirito avventuroso. Ho cercato di non avere delle idee aprioristiche. Ho scritto una sinossi prima di fare questo lavoro.
In realtà lo spettacolo volevo chiamarlo Madrepatria. Chi c’è qua, che può definire questa terra madrepatria? Una riflessione sulla nostra società, che è una società multietnica.
Mi interessava capire da dove venivano quelle persone che stanno lì in scena e che stanno facendo tutti la stessa cosa, non sapendo bene che cosa stanno facendo.
Per me questo è un parallelo con il mondo economico di adesso, che allontana sempre di più il prodotto da chi lo produce, per cui chi lo produce non sa più nemmeno che cosa sta facendo, perché non c’è più un prodotto tangibile. Parliamo di alienazione. Mi interessava la perdita del senso. Poi come rappresentare questo non lo sapevo, però sapevo che eravate in sedici. Quindi un gruppo molto folto che dava l’idea di essere un gruppo di persone, uno spaccato della società. Ci sono sicuramente delle influenze, da Pina Bausch a Christoph Marthaler. Mi piace tantissimo come lavora, il suo sensomusicale.
Poi chiaramente le cose come vengono fuori, da dove, boh, non so! Escono, sì, escono.
Nel cinema ci sono dei punti di riferimento, uno in particolare, a parte Kubrick, è David Lynch. Lo sento molto affine. Mi è sempre interessata quella sua libertà di inscenare degli eventi o dei dialoghi, che tu dici, “ma che senso hanno?”. Invece hanno un senso. Cioè, non è sempre necessario cercare il senso immediato, è un flusso. La cosa che mi piace tantissimo di lui è il fatto che si vede che si divertiva: certe volte è cupissimo, ma nello stesso tempo trova sempre il divertimento.
Qual è il messaggio che vorresti passasse attraverso questo spettacolo?
Ti dico la verità, non so che cosa passerà. Mi piacerebbe che passasse il fatto che queste persone sono noi. Che lo spettatore ci si possa rispecchiare, rivedere, che possa anche ridere delle proprie sventure. Gli spettatori sono abituati a vedere delle cose dove c’è un racconto, anziché una sorta di flusso come in questo caso. Uno può rimanere spiazzato, magari non aderire dall’inizio. Mi interessa che passino dei concetti, ma soprattutto delle emozioni.
Quando porti in scena uno spettacolo rifletti molto su cosa possa pensare lo spettatore?
Mi viene da dire che è qualcosa di contrastante. Da un lato mi interessa fare la cosa come voglio farla, ma nello stesso tempo mi interessa molto che quello che faccio, che facciamo insieme, parli allo spettatore. Mi interessa molto che lospettatore non sia indifferente. Penso che ci debbano essere sempre delle sorprese per il pubblico, che si sorprenda e che si senta anche un po’ a disagio.
Quale consiglio daresti a chi sta terminando un’accademia e a chi vorrebbe invece iniziarla?
Per chi sta finendo un percorso di studi da un lato gli direi di non precludersi niente, perché tutto può servire, dall’altro di fare delle scelte; da un lato mi verrebbe da dire di avere pazienza perché prima o poi le cose arrivano, dall’altro di darsi da fare, perché più ti dai da fare più le cose succedono. E’ una vita complicata, diciamo, però ce ne sono tante di vitecomplicate. È un po’ come cercare il proprio posto dove si sente di stare bene, di fare le cose con le persone con cui si hanno delle affinità. A distanza di tanti anni, quando devo fare un lavoro la prima cosa che penso è se starò bene con le persone con cui lo faccio. Questa è diventata una condizione fondamentale. Forse un po’ di anni fa la cosa principale era lavorare. Però se guardo il percorso che ho fatto, non è mai stato lavorare e basta, è sempre stato cercare di lavorare con persone che mi piacevano o che stimavo tanto. E a uno che comincia la scuola consiglierei di non pensare troppo a se stesso, di pensare più a prendere e dare.
La cosa difficile è non avere giudizi. Quindi consiglierei di non avere giudizi.
Devo riconoscere che in certi casi ho proprio sbagliato mentre ero a scuola.
Ho sbagliato, ma l’ho capito dopo. Ero molto preoccupato di me, di come apparivo, di come mi vedevano gli altri. E non mi godevo la situazione. Come vengo fuori qua? Come sono qua? Questo non porta da nessuna parte. Semplicemente ti massacra. Perché stai tutto il tempo a pensare a te, ma non ti rendi conto che tu sei parte di una cosa che è più grande.
Sarebbe bella una scuola dove si ha l’impressione che nessuno stia a guardare te veramente, ma che sei lì, lavori, reagisci, fai esperienza. Un giorno va bene, un giorno va male, è uguale. Cioè, è uguale veramente. Semplicemente sai che hai un percorso davanti e lo devi fare tutto. Ecco, quella secondo me sarebbe una scuola ideale. Trovo che certe volte la scuola debba, anche per delle necessità burocratiche, scegliere chi promuovere. Io sono stato fortunato perché alla Paolo Grassidi allora, nessuno veniva bocciato se non per motivi disciplinari o divergenze insolubili. E quindi avevi sempre la sensazione che tutti arrivassero alla fine, ognuno a modo suo. Poi se uno ci arrivava facendo una crescita esponenziale, alla fine lavorava subito. Perché lo vedevano, perché la Paolo Grassi era una specie di vetrina.
Venivano registi, operatori. Ti notavano e cominciavi a lavorare. Ho l’impressione che tante scuole adesso abbiano un’impostazione di tipo liceale: devi fare i compiti e poi vieni giudicato perché hai fatto o non hai fatto. Per me questosistema, invece che far crescere, rende le persone immature. Quando uno sale sul palco è qualcosa di difficile. Lì hai paura perché sei esposto. E’ una grande paura, paura del vuoto. Questo con Klaus Michael Gruber era molto evidente perché lui diceva che gli attori sono le persone più fragili del mondo, come i clown. E quindi gli si deve voler bene.
In cosa credi?
Penso di avere un retaggio culturale che è sicuramente cattolico e non me lo toglie nessuno, nel senso che ce l’ho. E’ il mio imprinting, così come la chiesa e tutti i simboli che ci sono all’interno del cattolicesimo. Mi piacciono ancora le chiese, ma anche le moschee, i luoghi di culto, specialmente quando non c’è nessuno. Posso dire che credo nella spiritualità. Non penso che ci sia un al di là, ma penso anche che va bene così. Non è un problema che ci sia o che non ci sia, perché per me non è quello il discorso. Sono qui, in questo mondo, dove sento che ci sono delle cose che riguardano appunto la spiritualità, i legami, gli affetti, le affinità elettive, i contatti di qualche genere che non sono neanche le parole, che sono altro, che sono qualcosa.
C’è una sorta di energia. Se mi chiedi se credo in Dio, ecco, ti direi di no, ma mentre lo dico ogni tanto mi sento osservato. Un po’ mi guardo da fuori e penso che forse dire così non è proprio il caso, perché credo che esista qualcosa che ha che vedere con l’aspetto angelico, con la presenza degli angeli. Non c’entra con il cattolicesimo. Io penso di avere un angelo custode che è veramente molto bravo. E’ una presenza positiva, che senti sempre, che nonostante possa esserci un momento difficile o hai una caduta, un incidente, pensi:
“Se non ci fosse stato adesso sarei morto”. Quando si parla di fortuna per me è l’angelo.
Ecco, abbiamo detto anche questo.
Grazie mille Andrea, a domani!
R. III anno




